mercoledì, 24 gennaio 2007

Vi segnalo la nascita del blog
PodOff : un progetto di teatro in rete dove troverete notizie, informazioni, recensioni, news e podcast sul mondo del teatro, dell'arte e dello spettacolo in genere.
Il progetto web 2.0 oriented, risulta essere alquanto innovativo, non tanto per la modalità di promozione del prodotto culturale in rete attraverso le nuove tecnologie, ma perchè finalmente concetti attuali quali web 2.0, wiki comunitarie, podcasting, approdano all'argomento teatro, per restituirne concetti e contenuti all'utenza perchè siano rinegoziati e nuovamente disponibili per la nascente community che va autodeterminandosi. Augurandogli in bocca al lupo, approfittiamo per constatare che i blog che si occupano squisitamente dell'argomento sono pochi e da una consultazione di Audiocastitalia i podcast a riguardo sono addirittura inesistenti.
In gamba PodOff, che forse siete tra i primi!
mercoledì, 29 novembre 2006
Oggi 29 novembre al Circolo degli Artisti Sporco Impossibile sarà tenuto a battesimo...

5 euro, compilation in regalo per tutti e special packaging per i primi 80 arrivati
non mancate!
mercoledì, 04 ottobre 2006
Anche se in ritardo eccovi la segnalazione:

Ai detrattori dei funesti effetti dell'elettrosmog ecco un caso unico da non perdere di vista."My Robot Friend", il performer statunitense che ci si augura non debba mai aver bisogno di un bypass, è in arrivo in italia col suo show mozzafiato. In caso di biografie future, un titolo su tutti, renderebbe giustizia delle fattezze di Howard Rigberg (l'umanoide in questione), "My life like a christmas tree". La mistica dell'uomo-macchina è solo un pretesto per imbastire un istrionico ed efficace cabaret neofuturista, dove le note sintetiche provengono da laptop, synth e chitarre, in un tripudio di coriandoli e fuochi d'artificio. Per annata ed immaginario droide di riferimento si potrebbe tranquillamente invocare un Tron dell'82, in versione natalizia. Il concept della performance fa propria la dissacrante lezione dei Devo in atmosfere di kraftwerkiana memoria, per approdare ad una personalissima rielaborazione, che inchioda lo spettatore per tutta la durata dello spattacolo. Da non perdere per nulla al mondo!
3.10.06 - ROMA - RASHOMON - Opening Act THE PRESETS
4.10.06 - MILANO - CASA 139
5.10.06 - TORINO - HIROSHIMA
sabato, 13 maggio 2006
Suoni dal profondo nord
Pochi mesi prima dell’uscita del loro nuovo album, i Sigur Ros avevano dichiarato che sarebbe stato un lavoro “tosto, molto più pop del precedente”. E in effetti, ascoltando Takk (che in italiano significa “Grazie”) si ha l’impressione che il più influente gruppo islandese degli ultimi anni abbia raggiunto una chiarezza espressiva e una solarità più profonde che in precedenza.
Divenuti famosi con un album intitolato con due segni di parentesi, ( ), nel 2002, in cui neanche le canzoni avevano un titolo, i Sigur Ros hanno visto crescere la loro popolarità di pari passo con la convinzione, da parte di pubblico e critica, che il gruppo puntasse sull’oscurità, su una presa di posizione oscurantista, una specie di provocazione che li rendesse ancora più cool agli occhi di tutti; si erano persino inventati una lingua, l’“hopelandic”, per cantare e non essere compresi. Loro giurano di avere semplicemente cercato di dare la massima evidenza al prodotto musicale mettendo in secondo piano tutto il resto, tutto ciò che fa contorno. Già allora era difficile trovare punti deboli nei lavori, a sorprendere erano la novità delle melodie, la loro insistenza, le linee della voce, il lavoro su pianoforti e chitarre.
Con Takk il gruppo riesce a raggiungere una capacità espressiva più diretta; non più banale, ma capace di parlare un linguaggio più universale, raccogliendo le lezioni più importanti del post-rock, arricchite da una fine ricerca sui suoni (vedi i pianoforti di Saeglópure e i tanti suoni di carillon e tastiere che arricchiscono tutto l’album) e da una forte capacità orchestrale. La voce di Birgisson resta sempre eterea, adatta a creare quell’atmosfera fumosa che permea praticamente tutti i pezzi e che trova una via d’uscita nei finali maestosi di Mílanó e Saeglópur, probabilmente i pezzi più articolati e avvolgenti dell’album; e anche fra i più lunghi, visto che stanno entrambi abbondantemente sopra i 7 minuti. Gong si distingue invece per la particolare base ritmica, che caratterizza il pezzo e impedisce che la linea melodica, malinconica e lunga, si appiattisca e suoni troppo alla Mogway.
Questa recensione l'ho scritta qualche tempo fa, subito dopo l'uscita dell'album, ed è stata pubblicata da Step1, magazine on-line dell'Università di Catania.
Fredo
sabato, 13 maggio 2006
A Teenage Symphony to God
Forse qualcuno si ricorda il racconto di Osvaldo Soriano "Il rigore piu' lungo del mondo". Beh, c'era un rigore, ma la partita veniva rinviata per una rissa. Si sarebbe ripreso all'indomani, da quel rigore. Bene, questa e' la storia della pbblicazione di un disco piu' lunga del mondo. Questa e' la storia di Smile.
Era il 1966. Il disco era pronto. Brian Wilson, il genietto di casa ha finito di comporre il seguito di Pet Sounds uscito solo pochi mesi prima e considerato unanimemente un capolavoro assoluto. L'attesa era enorme. Andare a rimestare nella storia degli artisti comporta un dispendio immenso di immaginazione. Insomma e' difficile anche solo provare a pensare alle facce di quei ragazzotti che pure erano democraticamente la maggioranza dei Beach Boys al primo ascolto della roba che il buon Brian aveva consegnato. "Tu sei matto" dissero. Guardacaso anche i discografici dissero qualcosa di simile. L'euforia per Pet Sounds aveva coinvolto tutti in una isteria da hit parade che non si fece scrupoli di dimenticare da dove questo successo venisse. Ovvero da quel ragazzetto dalla faccia seria col suo bel caschetto bruno e che odiava il surf. E invece di cavalcare l'onda si trattava. Metteteci che i residui di fiducia in se stesso del Brian furono affossati dalla competizione con i Beatles e l'uscita del mastodontico Sergent Pepper all'ascolto del quale, probabilmente il ragazzetto ci avra' messo una pietra sopra e avra' riposto Smile nel cassetto.Da li' depressione per il ragazzetto serio e declino vertiginoso dei Beach Boys che sprofondarono nell'usa e getta. Qualche pezzo fini' qui e la' nelle pubblicazioni successive(Good Vibrations su tutte), qualche esecuzione dal vivo (Leonard Bernstein sbalordito da Surf's Up...) e bootleg, versioni inedite non ufficiali....tutto insomma contribui' a edificare la leggenda. Smile era il disco di cui molti parlavano e che pochi avevano sentito. Era il disco di cui tutti avevano bisogno, senza saperlo. A teenage symphony to God. Cosi' l'aveva definito lo stesso Wilson. E' uscito ora, a 37 anni di distanza. Ed e'.... chevvelodicoaffa'? Una sinfonia di un adolescente a Dio. Descrizione perfetta. Delle intenzioni. Forse del risultato solo il Supremo potrebbe sentenziare se da Smile si sente lodato o schernito. Noi abbiamo solo un misero e lacunoso apparato uditivo. Per di piu', e per molti e' un problema che rasenta la sordita', esso e' profondamente radicato all'epoca dell'ascolto. Qualcuno potrebbe davvero permettersi di giudicare Smile rapportandolo alla nostra epoca? Beh, Dio non farebbe questo errore....Lasciamo stare Good Vibrations, Heroes and Villains e Surf's Up che gli angeli le sanno gia' a memoria e le strombazzano gia' da un bel po'. Ma le vertiginose avventure melodiche racchiuse in questi gioelli, sono delle montagne russe, scivoli nascosti, botole di estasi, scherzi d'amore, soffiare dietro alla gonna della vita, non davvero per sbirciare, ma per farla ridere un po'. Ridere. Personalmente quando ascolto Smile non posso far altro che ridere. Non mi era mai successo con un disco. Le armonie celesti di Our Prayer invadono dentro, ti fanno alzare il mento, Vegetables e' un'ammiccamento continuo di suoni e sapori, Wind Chimes ha quell'incedere barcollante di campane ubriache, In Blue Hawaii traduce un mantra da catacomba in giochi da spiaggia e poi Songs For Children e poi Cabin Essence e tutte....piccole sinfonie tascabili a Dio. Mi piace aggiungere quel "tascabili". Gli da' una nuova prosaicita', o forse invece proprio una nuova aura di immaterialita', di spot televisivo, di ingranaggio minuscolo e macchingegno, microelettronica da passeggio...piccole sinfonie tascabili che sono per tutti, e per tutti i momenti,per rinfrescare la vita o semplicemente un pomeriggio.
A guardarlo ora Brian Wilson sembra un signore benestante americano coi suoi bei barbecue alle spalle a girare hamburger, coi capelli unti e tirati all'indietro. A volte indossa camice hawaiane. Pero' sorride sempre. Smile esce solo oggi. Non potra' cambiare nulla. Altri hanno scritto quello che c'era da scrivere. Eppure il ragazzetto serio che odiava il surf si e' trasformato in un gentile impomatato sorridente con camicia oscena. Lo vorrei incontrare oggi Brian Wilson? si certo, un incotro non si nega a nessuno. E cosa gli direi? Beh gli direi che a me Smile ha cambiato la vita. Lui, come il portiere El Gato Diaz nel racconto di Soriano al ragazzino che gli segna un rigore quando lui e' a fine carriera, dira': "Ragazzo, un giorno andrai in giro dicendo che Smile e' un capolavoro. Ma nessuno ti credera'."
venerdì, 05 maggio 2006
Elvis Presley – Aloha from Hawaii via Satellite 1973
Premessa: Questa è una recensione lunga, per circa un’ora di musica – una recensione di uno degli Album Live storici, insomma il più bello che conosco.
White jump Suite con gusto decisamente kitsch, megalomaniacomico, 120 Chili di carne, 20 litri di cocaina liquida e pathos fino al vomitare. Questo è l’immagine del King negli anni settanta.
In Aloha from Hawaii invece si presenta il contrario: Un Re fragile, riflesso e soprattutto bello carico e piuttosto clean (incredibile ma vero!).
Dalla sigla iniziale di Strass “Also Sprach Zarathustra”, trasformandosi in un vero Hard Rock con SEE SEE RIDER, sino a FALLING IN LOVE ci viene presentata tutta la gamma musicale ed espressiva di ELVIS.
Ascoltando l'album bisogna guardare anche la vita privata di Elvis, e ne sono convinto che importa per un uomo di una tale sensibilità per la musica. Ormai chiuso fuori, o anzi dentro, della vita sociale, essendo in tournèe, diventano Las Vegas, la Memphis Mafia, abuso di medicina e droghe etc. elementi della sua vita quotidiana. Ma soprattutto sua ammirata moglie, risp. ex-moglie, vive tutta la attenzione sentimentale del King. E scappa con l’insegnate di Karate. Della morte di sua madre non ne parliamo. Poveraccio Elvis.
SOMETHING, per un vero Beatles-Fan sicuramente troppo patetico, YOU GAVE ME A MOUNTAIN, LOVE ME, IT'S OVER, e il tragico I'M SO LONESOME I COULD CRY, che manifesta un vero e proprio isolamento e tristezza, WHAT NOW MY LOVE, SUSPICIOUS MINDS (senza commenti), e finalmente I WILL REMEMBER YOU, messi in ordine, presentano un quadro del stato d’anima del King, in cui è facile ritrovarsi ogni tanto. Tali sono canzoni di declamazione d’amore, d’addio e di non poter superare la propria separazione. Colpito della intensità espressiva, si ascolta, meno male, anche l’altro lato del King, senza cui il King non sarebbe il King.
Aloha from Hawaii è un album veramente Rock’n Roll, anche nel senso moderno. La TakeCareofBusiness-Band è composta dai migliori tornisti di Nashville. Il mitico James Burton (con la chitarra più bella della storia della telecaster), Groovemachine Jerry Scheff, Pianoman Glen D. Hardin e Rhythm Guitarist John Wilkinson si occupano di un pilastro musicale che merita e fa battere il ritmo sul volante.
Le prime battute che suona batterista Ronnie “Animal” Tutt sono pratticamente una double-bass veramente Heavy-Metal e penso che ci sono pochi batteristi in ’73 che hanno una visione di suonare Musica Pop, che alla fine lo è, con una dinamica dal vero HardRock-Drumming fino a ballate fragilissime. Poi in 0:52 secondi di HOUND DOG i piciotti spaccano il culo, quanto nel medley LONG TALL SALLY e WHOLE LOTA SHAKIN’ goin’ on e BURNING LOVE all’inizio del concerto.
Sopportato con dei vocalisti storici veramente in forma e una orchestra controllatissima e arrangiata bene assai riesce a dare sempre l’atmosfera voluta a produrre una unione totale tra voce e musica.
E poi il King non sarebbe il King se non facesse Entertainment. Giusto per ctare un paio di tamarrate: “What? Okay, I’ll do it, all 429”, referendosi alle canzoni da suonare del suo programma, “And the guy who gives me my scarfs and sings harmony with, his name is Charlie Hodge”, bacciate con il pubblico, mangiare la meta delle parole in Johnny B. Good, le mosse tra Karate e balletto, mettersi la chitarra senza suonarla proprio etc etc.
Ma anche odiando il King, il pathos o qualsiasi cosa, in ogni caso si deve ammettere che è un album fuori classe. Questo vale soprattutto per piccolissimi “defetti” che lo rendono vivo e una qualità e perfezione artistica che è raro da trovare. Ogni volta ascoltando Aloha from Hawaii sono stupito e mosso della qualità audio che ci fa stare vicino al King, poi il Bariton Sax di Steamroller Blues movendo i coglioni. Un suono cristallino e chiaro ma denso e con pressione assai, in sintesi un suono che è ancora State of Art.
Questo è il manifesto di un mio collegamento personale e profondo con tale Album ed Elvis, da quando avevo 5 anni e non capivo ancora una minchia dell’inglese, della vita e dell’amore.